spaghetti alla Franchino

Gli spaghetti alla Franchino, in ricordo di lui e della conoscenza scaturita da qualche granello di sale in più

Difficile tornare a scrivere, mettere parole su cose che le parole non esprimono. Si attraversano giorni e notti, ore e ore di silenzio, scendendo negli abissi più profondi delle miniere del dolore. Come tornare da dove si era rimasti? Riprendere il discorso. Passare alla ricetta, agli aneddoti seguenti. Che giorno è? Che ore sono? Dove siamo? Dove eravamo rimasti? Dove mi trovo? Chi sono? Eravamo rimasti alle zeppole di San Giuseppe, al 19 marzo. Agli auguri a papà. Gli ultimi che abbiamo potuto in qualche modo dargli su questa terra. 

Mio padre è riuscito a vedere la prima settimana di primavera, a raccogliere le prime fave della sua amata e sudata terra di Solchiaro. Poi, mentre la nebbia sulla fine del lockdown si faceva sempre più fitta soffocando il sole di questa maledetta primavera e mentre marzo se ne andava nel silenzio di una stagione diventata assurda, se n’è andato anche papà, un essere speciale accompagnato come sempre e fino all’ultimo respiro dalla devota cura di mia madre. 

Nel dolore di lei, nel dolore nostro e di chi gli ha voluto bene, non se n’è andato solo mio padre. Se n’è andato un pezzo di memoria, di Storia procidana, archivio vivente di Solchiaro. Papà a Procida conosceva tutti, si ricordava di tutti e tutto. “Franchino la Bibbia”, lo chiamava affettuosamente e meravigliato un caro signore procidano, emigrato tanti anni fa in Argentina e che aveva da poco iniziato a venire a trovare papà d’estate per ascoltare i suoi racconti di ricordi e ricomporre pezzi di un mosaico antico, sbiadito dal tempo e dalla lontananza. Mai nomignolo fu più azzeccato. 

Papà era vigile sulla comparsa di tutti i manifesti degli ultimi defunti sull’isola e non si perdeva mai un funerale di un amico o di un parente. Quando c’era da rendere l’ultimo omaggio, lui c’era. Così come c’era quando si celebrava la vita, in occasione di un battesimo, una comunione, un compleanno, un matrimonio, una laurea. “Si c chiammn, nuje iamm”*. Se era lui a organizzare la festa, poi, lo faceva con grande entusiasmo e voglia di condividere: “amma fa na bella fest, n’amma fa a fest cu r fucu secc”**.

papà che preparava le alici
Papà mentre sciacquava con cura le alici da usare per questa ricetta, che i miei prepararono un giorno durante le feste dell’ultimo Natale – Foto by @Cucenellista

È per questo che la discrezione dei pochi intimi al suo ultimo saluto, imposta dalle misure del momento, stride e rimbomba nella testa soprattutto di noi che non c’eravamo. Addirittura ci siamo resi conto che non tutti a Procida hanno saputo della sua scomparsa. Non si esce, il manifesto non si vede – che si perdoni anche la nostra discrezione. La vita a volte è ingiusta, non ho smesso di pensarlo. È andata così – “Ma TU ti saresti meritato un funerale in pompa magna”. 

Il suo entusiasmo per aneddoti e ricette di questo blog era contagioso. “Amma fa u blob?”*** mi diceva, quando gli veniva in mente un piatto o una storia che non mi aveva ancora raccontato. Con l’avvicinarsi di ogni mio ritorno a Procida, papà concludeva le telefonate con un caloroso “stamm aspettann!”****, e quando dovevo partire e mi accompagnava con mia madre alla Marina, mi salutava con un altrettanto caloroso “Suerte!”*****. Era capace di sfoggiare il suo procidano di origine o lo spagnolo imparato da autodidatta per i mari del mondo. Papà riusciva a essere isolano e cosmopolita e ha cercato di inculcarci lo stesso equilibrio, la stessa libertà, la stessa generosità. Radice e albero maestro, tradizione e curiosità.      

Nel mio viaggio per recarmi a Procida, per quello che la maledetta primavera avrebbe decretato come ultimo Natale passato insieme, rimasi 2 giorni bloccata a Napoli. Avevano sospeso aliscafi e traghetti per via del mare grosso. Una coppia di amici e il loro cane corso mi ospitarono calorosamente per tutto il tempo delle avverse condizioni meteomarine. La sera del mio arrivo, per evitare faccia a faccia col cane corso tanto buono quanto grande, ma non preparato a una mia eventuale e improvvisa presenza esclusiva, i miei amici mi portarono a Mercogliano di Montevergine, a cena a casa di un loro caro amico professore e sua moglie cucenellista d’eccellenza. Quando finalmente riuscii ad arrivare a Procida, incantata da tutto quel calore emerso per caso dal mare in tempesta, raccontai a papà di Mercogliano, di una pasta con la bottarga e di scarola sfusa, di formaggi e vino della Sardegna, di una tavolata di gente allegra e generosa, di un cane corso accogliente al nostro rientro e di un pranzo domenicale a casa di suoceri gentili. Papà sorrideva di questo e di tutte le cose che gli raccontavo e che quella volta si incrociarono con i ricordi di coincidenze su amicizie che sembrano famiglia e luoghi sacri che sanno di castagne e pellegrinaggi antichi. Anche ricordi come questi contribuiscono ora a consolare il dolore per la sua perdita. 

Ho attraversato autunni, inverni e primavere ad accordare l’anima, forse anche per prepararmi inconsapevolmente ad armonizzare le note di questo e altri dolori. La maledetta primavera di ora mi coglie sola, ma non impreparata. Il dolore rende più umani, così come sorprendersi a commuoversi dell’amore tra i propri genitori rende persone migliori. Gratitudine per l’esistenza degli accordatori di anime. Gratitudine per tutto quello che papà ci ha lasciato. Gratitudine anche per quello che sta continuando a insegnarci nel dolore della sua perdita.  

Noi figli ora siamo anche la sua traccia. Cosa possiamo provare a restituire? Un piatto, una canzone… Tanta poesia. Tutto può sembrare poco. Ci aspetta un mantra morale, una grande responsabilità: essere eredi – testimoni – di saggezza, di forza, di tenerezza. La tenerezza timida ma a testa alta, per chi se la conquista. La tenerezza preziosa – quel suo equilibrio perfetto tra la battuta pronta e la lacrima facile, com’era facile la sua per le cose belle e le cose tristi -, la tenerezza di cui bisogna essere fieri come lo era lui, ma senza distribuirla a destra e a manca. Pure con la tenerezza papà direbbe che nn s’adda fa ca po’ sagghiene coten e scennen prsott..****** . Non è da tutti. Non è per tutti. Bisogna conoscerle le persone per capire se calzano sulla nostra tenerezza. Conoscere, condividere, conoscere. E per conoscere bene una persona, diceva papà “ci a mangià nu quintal r sal assieme”*******. Aveva ragione…

Papà ha visto la prima settimana di questa primavera stramba. Non è riuscito ad assaggiare la prima cappoccia********. Non è riuscito a vedere la settimana santa che non c’è stata. Sorgerà di nuovo il sole, un venerdì di lutto all’alba, straziato dal lamento di una tromba, frastornato da tre colpi di tamburo, con un Cristo padre – all’occorrenza figlio – di Procida, sulla cui fronte di legno riverseremo tutti i baci e le carezze che non avremmo potuto dare a chi se n’è andato nel silenzio di una notte di confinamenti. E noi non abbiamo potuto salutare. 

Mi ha fatto un bene smisurato sentirmi dire o leggere che papà era una brava persona, che era buono. Che gli si è voluto tanto bene. Che mancherà. Mi ha fatto bene sentirmi dire che era un uomo molto orgoglioso dei suoi figli. 

Mio padre c’è sempre stato e sarà sempre…. nei nostri cuori, su una fotografia, in un modo di dire, una battuta. In una ricetta. In un racconto di posti lontani. Dietro un arcobaleno che sale incontro ad altri arcobaleni belli. Nelle verdure spuntate in mezzo all’orto. Con il pettirosso del buongiorno. Nelle sue alici salate, in questo piatto di spaghetti. E voi siete tutti invitati a favorire, per iniziare o continuare a mangiare sale assieme. Soprattutto in onore e in memoria di Franchino, della sua grande forza. Della sua tenerezza. 

Papà preparava con cura le alici salate da conservare nel vasetto. Quando c’erano invitati o ospiti a casa, condivideva con loro questa sua preparazione con orgoglio e generosità – Foto by @Ammacucenà

Ingredienti per 4 persone

  • 400 g di spaghetti n°5
  • Uno spicchio d’aglio
  • 5 cucchiai di olio EVO
  • 100 g di olive nere di Gaeta
  • I gherigli di 6 noci 
  • 7-8 alici salate pulite seguendo il procedimento descritto qui
  • Un ciuffetto di prezzemolo
  • Un po’ di peperoncino (se gradito, in alternativa pepe nero)
  • Un po’ di sale da aggiungere solo nell’acqua della pasta
Il sughetto da mettere sulla pasta. Mia madre fa sempre la pasta con le alici salate in questo modo. La ricetta l’ha inventata lei ed era molto apprezzata da papà – Foto by @Cucenellista

Procedimento

Togliere le alici dall’aceto (vedi procedimento descritto qui), pulirle, togliendo la spina dorsale e le lische. Metterle in una ciotolina e ricoprirle di olio EVO.

Gli spaghetti saltati in padella prima di essere serviti – Foto by @Cucenellista

Prendere una padella e aggiungervi l’olio previsto negli ingredienti, l’aglio, i gherigli delle noci schiacciati e le olive snocciolate e far cuocere a fuoco lento. Nel frattempo, cuocere la pasta. Poco prima di scolare la pasta, aggiungere le alici al sughetto di olio, olive e noci. Quando la pasta è pronta, scolarla e versarla nella padella. Girare il tutto per bene e aggiungere il prezzemolo e il peperoncino. Spegnere e servire. 

“Un aeroplano a vela” Gianmaria Testa in “Il Valzer di un giorno” (200)

Si c chiammn, nuje iamm”* : “se ci invitano, noi andiamo”

“Amma fa na bella fest, n’amma fa a fest cu r fucu secc”**: letteralmente “dobbiamo fare una bella festa, non dobbiamo fare la festa coi fichi secchi”. I fichi secchi erano un tempo considerati una cosa di poco valore. “Fare la festa coi fichi secchi” vuol dire fare una festa con mezzi inadeguati, per mancanza reale di mezzi appropriati o, in alcuni casi, anche per avarizia.

“Amma fa u blob?”***: “Dobbiamo fare il blog?” Mio padre chiamava scherzosamente “blob” il blog e usava questa espressione ogni volta che mi incoraggiava a scrivere un nuovo post.

“Stamm aspettann!”****: “Stiamo aspettando”.

“Suerte!”*****: Spagnolo: “Buona fortuna!” Papà me lo diceva quando partivo da Procida, quando partivo per un viaggio lontano o quando avevo un esame all’università.

“Nn s’adda fa ca po’ sagghiene coten e scennen prsott..”******: letteralmente “Non si deve fare che poi salgono cotiche e scendono prosciutti”. Chi regala cotiche fa un regalo meno pregiato e se in cambio riceve prosciutti, più pregiati, è avvantaggiato nello scambio. Esortazione, quindi, a essere bilanciati nello scambio di affetto, di tenerezza. 

“Ci a mangià nu quintal r sal assieme*******: Letteralmente “Ci devi mangiare un quintale di sale insieme”. L’espressione completa è “P’ canosc buon a na perzon, ci a mangià nu quintal r sal assiem”. Traduzione: “Per conoscere bene una persona, devi mangiare un quintale di sale insieme a lei”.
Cappoccia********: insalata incappucciata.

One Comment

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*